La “nobile” arte dell’insulto ai tempi di Internet

Da

Sei di Napoli? Che il Vesuvio ti ammazzi, terrone coleroso!

Usi iPhone? Figlio di papà, schiavo del mercato, dovresti fare una brutta fine!

Sbaglio oppure hai anche detto che vai in chiesa? Viva la scienza, al rogo i creduloni come te!

Sei di sinistra? Ti odio. Ti piace il pop? Ti odio. Giochi a Farmville? Ti odio ancora di più.

Cercando i gruppi di Facebook che contengono la parola “odio“, si giunge all’esorbitante numero di quasi centomila risultati: odio il dentista, i suv, Trenitalia, il lunedì, i commessi del Gamestop… si potrebbe dire che c’è una pagina per ogni persona intollerata. E per ogni pagina c’è una torcida di utenti inferociti che, quotidianamente, si prodiga in offese e minacce contenute in post dai toni truci.

Hate Speech” è il nome del fenomeno, noto già da tempo in America: “Hater” è proprio l’attaccabrighe, il rancoroso utente di Internet che aggredisce ogni sconosciuto che capiti a tiro con un comportamento polemico ed incivile; diversi sono i Troll, veri maestri della guerra online: provocano dibattiti dai toni forti per il puro gusto di assistere ai volgarissimi litigi degli utenti.

Dall’insulto alla persecuzione

Il tipico "leone da tastiera"

Il tipico “leone della tastiera”

Zuckerberg disse che “il tasto “non mi piace” non sarà mai inserito proprio perché Facebook deve essere un piacevole luogo di aggregazione“, ma non aveva immaginato com’è perverso l’amore per l’odio di milioni di rancorosi utenti che hanno trovato nei social network una pentola d’oro: uno schermo per proteggersi dal confronto verbale ed un luogo in cui condividere il piacere dell’insulto.

E’ proprio questo sentimento condiviso a generare le più colorite e folli idee per sfogare il proprio risentimento, come nel caso delle “Shitstorm“: un bombardamento continuo di insulti inviati da migliaia di utenti, aizzati da un caporione che espone al pubblico ludibrio nomi e fotografie di persone antipatiche.

Non sfuggono neanche le persone famose, come testimonia Vasco Rossi: nel 2012 il cantante fu addirittura costretto a chiudere temporaneamente la sua pagina fan.

E cosa si fa per contrastarlo?
Con circa due miliardi di post inviati ogni giorno su Facebook e 48 ore di video caricati ogni minuto su Youtube, è praticamente impossibile riuscire a moderare tutti i contenuti.

Nei relativi statuti tutte le communities condannano esplicitamente l’odio virtuale (tranne Twitter, ndr), a patto che non si tratti di discussioni a sfondo satirico.

L’unico rimedio messo a disposizione contro i cyber-aggressori è, però, solo il meccanismo delle segnalazioni da parte degli utenti, affidate però ad un frettoloso controllo meccanico che non sempre porta giustizia. Sperando sempre che l’Hater non si avvalga di un ambiguo diritto alla goliardia, in stile Ultras.

Ben diverso è l’intervento dell’Unione Europea, sempre attenta alle problematiche più attuali: nel 2012 è nato il movimento No Hate Speech, una organizzazione di volontari provenienti da tutta Europa che si è posta l’ambizioso obiettivo di commentare e moderare le feroci discussioni online in una campagna che porta l’insegna di Love Speech”.

Se le buone maniere non dovessero bastare, il reato di diffamazione è alle porte, come insegna il Tribunale di Livorno: il “volevo scherzare” non eviterà una condanna penale, adesso che l’offesa sul web ha lo stesso valore di una offesa su mezzo stampa.

Insomma, la miglior cura per l’odio è proprio la prevenzione: meglio ripassarsi la Netiquette, piuttosto che pagare un avvocato!